05
Dic-2014

La Mia America: Marco Magnone

Quando abbiamo chiesto a Marco Magnone di scrivere un post della serie “La Mia America” l’abbiamo fatto con gioia un po’ infantile e infantili aspettative, come è infantile, nel senso migliore che ci viene in mente, l’energia che prorompe dalla sua scrittura. Poi il suo testo è arrivato. Ci siamo presi qualche minuto e lo abbiamo letto a voce alta tra di noi: vi abbiamo trovato tutta l’America, i nostri miti, gli anni ’80, sogni, aspettative e viaggi con la mente. Ci siamo guardati in uno specchio e ci siamo riconosciuti. Abbiamo riso e abbiamo pianto. Speriamo, di cuore, faccia lo stesso effetto anche a voi. 

Se non lo sapeste già o non doveste accorgervene leggendo, Marco Magnone è uno scrittore (di quelli bravi). Trovate una sua breve bio in fondo al pezzo.

Serena&Paolo


Foto scuola

Io, in America, non ci sono mai stato. Eppure, proprio in America sono cresciuto e mi sono fatto un sacco di amici, che negli anni mi hanno insegnato tutto il necessario a cavarmela. Se non proprio tutto tutto tutto, una buona parte sì. Ripensandoci ora, è stata una gran bella fortuna farsi le ossa con tipi così, per un figlio degli anni Ottanta a cui i genitori non avevano regalato fratellini o sorelline, e che all’improvviso un giorno, senza passare dall’asilo, si era ritrovato in una multiclasse di campagna ad affrontare per la prima volta il mondo esterno. Lì per lì, non mi ero nemmeno fatto prendere troppo dal panico: volevo fortemente rompere il ghiaccio con i miei nuovi compagni. Forse l’ho voluto fin troppo, visto che per guadagnarmi la loro amicizia mi sono anche dovuto rompere una gamba. Insomma, l’impatto con il mondo era già stato piuttosto traumatico così. Non riesco nemmeno a immaginare cosa sarebbe successo se avessi saputo che là fuori c’era qualcosa di ancora più lontano e grande di quella piccola scuola, che avrebbero chiuso entro pochi anni per assenza di alunni, trasformandola in sede della pro loco locale. Ora che mi è tutto un po’ più chiaro, posso confessarvi di essere emerso da quegli anni bui grazie alle lezioni americane che mi snocciolava ogni pomeriggio la magica scatola nera che dominava la credenza nella cucina di mia nonna. Sono quasi certo fosse una Blaupunkt.

Foto McGyver

Attraverso la mia amica antennuta, l’America mi ha insegnato prima di tutto che a tirarsi fuori dai casini, per grossi che siano, bastava un coltellino svizzero, e il gioco era fatto. E pazienza se il prezzo da pagare fosse una zazzera tremenda di capelli biondicci e una serie infinita di camicioni improbabili. Poco male, mio nonno e il bastardino che mi accompagnavano a scuola ogni mattina non davano troppa importanza al look, per quanto estemporaneo fosse. D’altra parte, la prospettiva di salvare il mondo armato di quel temperino rosso era proprio quello che mi ci voleva, per continuare a credere di avere un ruolo fondamentale per il futuro dell’umanità, anche se nessuno sospettava della mia esistenza. Nonostante fossi un po’ sovrappeso, Pete Thornton e la Phoenix Foundation sarebbero stati fieri di me.

Foto Supercar

Ma non tutti potevano avere un coltellino delle meraviglie, mi ha poi spiegato l’America. E allora in quel caso bastava una macchina, ma mica una qualunque. Quella nera, con il cursore rosso davanti che rimbalza a destra e sinistra, mentre sfrecciate insieme in un deserto viola di sabbia e rocce. Forse era quello di Las Vegas, e proprio come Las Vegas, anche quella macchina era un posto sicuro, il migliore possibile dove rifugiarsi. Confortevole e pieno di luci. Non ti lasciava mai solo.

Foto albero Natale Rockfeller centre

Eh sì, questa storia delle luci sembrava davvero importante in America. Credo fosse perché erano quasi sempre artificiali. Come quelle che addobbavano quel gigantesco albero di Natale davanti al Rockfeller Center, NY, al cui cospetto era rimasto di sasso un ragazzino col vizio di perdersi. Io, al suo posto, avrei fatto lo stesso, che a smarrirsi bastava molto meno e non sempre dal parco arrivava la Donna dei Piccioni a trarci d’impaccio.

Foto Fonzie

E questa storia delle luci artificiali mi pareva, paradossalmente, abbastanza naturale, visto che è proprio lì che va a finire il sole, in America. Questo l’avevo capito in fretta, vista la profusione di tramonti mozzafiato come se piovesse. Anche se in America pioveva raramente, almeno in confronto al mio angolo di Monferrato. Ma quella stessa storia delle luci artificiali in America mi sembrava potesse essere anche divertente, se imparavi a fare come quel ragazzo di Milwaukee, il meccanico, che le luci da Arnold’s le accendeva e spegneva, solo schioccando le dita o battendo un pugno contro il muro. E lo stesso giochetto lo faceva col jukebox. Lui mi ha anche insegnato quanto fosse importante saperlo far bene, schioccare le dita, perché era anche il modo più veloce perché una ragazza ti venisse ad abbracciare. Anche se in questo non ho mai capito quanto contribuissero il suo giubbotto di pelle e la moto tirata a lucido.

Foto Beverly Hills

Io purtroppo, lasciamo perdere per la moto, ma anche per il chiodo ho dovuto aspettare un bel po’. Più o meno lo stesso tempo che ci ho messo a capire cosa farci con una ragazza che ti abbraccia. Ho fatto chiarezza sull’argomento solo spiando dalla serratura la camera al primo piano di una bella casetta monofamigliare di Beverly Hills, dove si era trasferita una famiglia di Minneapolis. Gente a posto, non troppo diversa da noi: il padre pelato e un po’ pingue; la madre ancora abbastanza avvenente nonostante il mascellone volitivo; e i due figli, belloccio e con la faccia da primo della classe da prendere a sberle lui, misteriosa e un po’ ribelle lei.

Foto Perry Mason

L’America però non mi ha sempre detto la verità. Quando ho avuto l’età per mettere da parte qualcosa, mi sarebbe piaciuto tanto fare il giurato. Sì, far parte di una di quelle giurie chiamate a pronunciarsi sulla colpevolezza o l’innocenza di sospettati di omicidi o altri reati gravissimi. Una di quelle però che non si lasciano abbindolare dai disonesti, e che grazie a un pezzo d’avvocato brizzolato e col pizzetto, e ai suoi sermoni implacabili riescono sempre a scoprire la verità e fare giustizia. Magari per un compito così gravoso, pensavo, c’era anche una paghetta. Non poteva non essere così. Invece ho scoperto che no, non c’erano paghette, ma soprattutto dalle mie parti non c’erano nemmeno le giurie. Così, quando è arrivato il momento di fare davvero qualcosa per rimpinguare il salvadanaio, mi sono dovuto accontentare della cosa più vicina a quelle giurie, qualcosa che mi permettesse di sentirmi in qualche modo importante, una specie di incorruttibile Pubblico Ufficiale. E mi sono iscritto alle liste per fare lo scrutatore alle successive elezioni amministrative. A dirlo in giro non suonava affatto come il Giurato, e non aveva nemmeno lo stesso retrogusto di giungle d’asfalto e montagne di vetro e cemento, tra cui perdersi nel corso di inseguimenti mozzafiato, cercando di non schiantarsi contro un taxi giallo: ce n’era sempre uno che saltava fuori proprio quando non doveva, maledizione.

Foto Hazzard

Al massimo, fare lo scrutatore nel seggio in cui nel frattempo si era trasformata la mia vecchia multiclasse, sapeva più di boschi umidi, torte di mele e castagne, e animali da cortile. Maiali, polli, conigli. Qualcosa di abbastanza agreste, se non proprio bucolico, e per di più orfano di quell’altra macchina arancione, quella che con certi ambienti ci andava a meraviglia. Che forte, il suo clacson che suonava la carica, mentre lei saltava come un grillo sopra gli ostacoli e oltre i fiumi. Incredibile che a una così si fossero dimenticati di mettere le porte, così che i due poveri piloti-cugini dovessero entrare e uscire dal finestrino. Poco male, ho pensato: ecco un’altra lezione dell’America: nessuno è perfetto, e va bene così.

Foto Nebraska

L’America, in fondo, era una cosa molto semplice. C’era l’est, un Grande Est, dove si stava davvero bene. C’erano le strade pulite, senza l’ombra di un granello di polvere o di un indiano a rota ridotto a chiedere l’elemosina; in compenso erano piene di negozi, ristoranti e locali alla moda, e la gente sembrava proprio come noi: tanto civili, con gli abiti, il taglio dei capelli, i modi e le battute giuste, da farsi corrompere senza nemmeno accorgersene. Sarà stata colpa dell’aria, già all’epoca inquinata dai fumi della civiltà. E poi c’era l’ovest, un Grande Ovest, che era la Meraviglia, era la Frontiera, anche se non c’era nulla e non aveva nemmeno un indirizzo preciso. Che fosse proprio quello il suo bello?, mi sono chiesto qualche tempo dopo, quando volevo darmi un tono un po’ relativista, un po’ grunge ma non troppo. Credo fosse mentre ascoltavo Rotta Per Casa Di Dio. Comunque, era certo che quel Grande Ovest fosse qualcosa anche di distante, e che per giunta si stesse allontanando sempre più. E non pareva aver voglia di fermarsi: perché, cantava qualcuno, Noi Siamo Nati Per Correre. E forse in quel Noi c’era anche Lui, il Grande Ovest. Io però all’epoca facevo confusione, nonostante fosse tutto tanto semplice, perché per me semplicemente era tutto ovest. E non mi sentivo affatto parte di quel Noi nato per correre. Forse il problema era che nella mia cittadina di provincia tutto sembrava già essere successo, già essere stato fatto da qualcun altro. Magari è il momento sbagliato, pensavo, ci stiamo solo riposando un attimo, in attesa di recuperare un po’ di forze.

Foto strage Columbine

E anche molti miei coetanei di entrambe le sponde dell’Oceano sembravano proprio esausti. Per me l’America erano anche loro: cresciuti come tutti davanti alle stesse Tv più che a scuola o in strada, era ovvio non avessero una bella cera. E che quella scuola fosse un anonimo liceo scientifico di Asti, o le altrettanto anonime Columbine High School di Littleton, Colorado, Westside Middle School di Jonesboro, Arkansas, Health High School di Paducan, Kentucky, Cleveland Elementary School di San Diego, California, fa poca differenza: i guardrail erano sottilissimi e non era difficile uscire di strada. Se fossimo ragazzi e ragazze che avevano tutto, e l’hanno buttato per niente, o ragazzi e ragazze che non avevano niente, ma volevano tutto, non l’ho mai capito.

Foto A Team

Di certo era una possibilità che mi faceva paura già in quegli anni, la morte. E l’America mi ha insegnato ad avere paura. Una paura seriale, replicabile, quotidiana, pop. Vampiri, lupi mannari, zombie e chi più ne ha più ne metta, facevano il paio con i mostri che ognuno di noi teneva dentro il suo Invicta o al massimo annotava nelle pagine della Smemo che non faceva leggere a nessuno. Anche perché allora Halloween qui non era ancora arrivato, non quanto ora, per cui non potevamo nemmeno sciogliere le nostre inquietudini con una risata liberatoria davanti a una zucca scavata e illuminata da una candela all’interno. Ma per fortuna l’America mi ha anche insegnato che le paure si affrontano e, se proprio non si riesce a vincerle neppure con l’aiuto del supereroe di turno, almeno ci si passa sopra, specie se hai qualcuno a darti una mano. Come per quell’enorme nero pieno di anelli e catene che era terrorizzato dall’idea di volare. E alla fine gli faceva comodo, quando proprio non se ne poteva fare a meno, chiudere gli occhi. Al resto avrebbero pensato i suoi compagni, in mezzo a cui si svegliava una volta giunto ormai a destinazione. Loro sapevano come affrontare certe cose, era un ricordo che si erano portati dietro dal Vietnam: il nero con i suoi anelli e catene, il matto col cappellino da baseball, il bello con la faccia da schiaffi, il capo col sigaro. Proprio lui, il più anziano, a proposito di paure, si chiamava Hannibal, ma non era The Cannibal, quella era tutta un’altra storia.

Foto Dead man

Come tante altre che ho imparato nello stesso modo. Perché per me, insomma, l’America era tutto questo e chissà quanto altro riuscissi a pescare dal fondo di quella magica scatola nera: un Mito Originale di celluloide. Che non abbiamo mai capito fosse un falso vero o un vero falso, ma che nel dubbio abbiamo copiato troppo spesso. E ora che ci sentiamo appena più adulti ci affrettiamo a rinnegare, nonostante sappiamo benissimo di non poterne fare a meno. Qualcosa di sfacciatamente bello e altrettanto privo di senso, ancora giovane e tutto sommato ingenuo. Qualcosa che prima o poi cambierà. E se anche fosse, in fondo, chissenefrega. A noi non è successo lo stesso?

Marco Magnone

(PS: Questo post è stato scritto dal mio letto giovedì 27 novembre del 2014. Ovvero, nel Giorno del Ringraziamento. Già. Ma giuro di non averlo fatto apposta. Le foto invece, eccetto la prima, sono rielaborazioni di immagini disponibili sul web. Buon tacchino a tutti.)

BIO

[Dopo l’università, un paio di master e 4 anni in uno studio di progettazione editoriale, si dedica alla scrittura e all’insegnamento. Negli ultimi anni ha cercato di approfondire in particolare i modi con cui dare forma narrativa alla rappresentazione dei luoghi, urbani e non. Ne è nata una guida sui generis di Torino (L’altra Torino. 24 centri fuori dal centro), in cui si parla di tutte le aree eccetto il centro storico; un diario di viaggio sulle modalità in cui dopo il boom economico il territorio extraurbano è stato abbandonato (Off. In viaggio nelle città fantasma del Nordovest, illustrato da Riccardo Cecchetti); la sceneggiatura scritta a 4 mani con Fabio Geda per la graphic novel illustrata da Ilaria Urbinati sulla vita e le opere di Antonelli (AAA. Il diario fantastico di Alessandro Antonelli, architetto). Tutti questi volumi sono usciti come coedizione tra Espress, una piccola casa editrice torinese, e La Stampa. Nel 2013 ha poi scritto un racconto lungo in seguito a una residenza d’autore in valle Gesso, nel cuneese, uscito quest’anno (Una coperta troppo corta, Risorsa Cultura 2014), così come un reportage narrativo sui mutamenti in atto a Berlino allo specchio della sua comunità italiana (Bim Bum Berlin. Mettiti in gioco nella città del Muro, Zandegù 2013). La sua opera più recente è Il Manifesto dell’Aperitivo Comunista. Viaggio al centro del buffet (Zandegù 2014), una satira della nostra società attraverso uno dei suoi riti collettivi pi popolari. A parte questo, insegna tecniche di scrittura allo IED di Torino, collabora e insegna con la casa editrice digitale Zandegù e scrive per la rivista Turin. Ha tenuto alcuni laboratori di scrittura e narrativa di quartiere in Barriera di Milano e Aurora, sempre a Torino.]

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 "Mi piace" / 6 Commenti
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  • Charles Shere scrive:

      Excuse my English, please , difficult enough to peck this out on an ipad in a cafe. Marco: many thanks for these memories of an America that never really existed but which influenced so many, throughout the world. There are moments when I am ashamed of my country, but I rejoice that Americans are human, good and bad, stupid and intelligent, and tthat other lands and peoples, however different their sensibilities and expressions, are prey to the same hard-wired  gestures. Bravo for your candor, observation, introspection, and writing!

    • Marco scrive:

      Hi Charles,
      sorry but I read your post right now: thank to you, i’m very glad of your comments.
      Actually, I tried to do exactly what you wrote!

      Keep in touch for everything :-)
      Mm

  • Paolo Patrito scrive:

    Dear Charles, I’m Paolo, one of the owners of this website and blog about a family of travellers and their trip through the U.S. Thank you so much for your comment about Marco’s post. Please keep on reading us!

  • […] per intenderci – che su nel West in Tre ha raccontato la “sua” America con un post che è quasi un racconto. Finiti i suoi suggerimenti, depennati i titoli già letti, raschiato il […]

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