02
Set-2014

Quella volta che abbiamo scoperto il razzismo in America

Nel cuore di questa pazza estate, mentre dalle nostre parti pioveva, al centro dell’America profonda bruciava di nuovo il fuoco della questione razziale. Combustibili quelli soliti: un paio di ragazzi neri ammazzati da agenti dal grilletto forse troppo facile. Intorno, una parte di paese migliaia di miglia lontana dal melting pot di New York, quell’America dove l’integrazione scricchiola al primo colpo di pistola e la diffidenza, se non l’odio, tra bianchi e afroamericani ha radici profonde come le querce delle piantagioni del Sud.

obama-rosa-parks-bus-cropped

Mentre a Saint Louis, Missouri si parlava di coprifuoco mi sono messo a pensare alle contraddizioni d’America che abbiamo sfiorato nei nostri viaggi. Per esempio una volta siamo andati alla tomba di Martin Luther King, ad Atlanta, camminando per strade dove a nessuno, tranne a qualche barbone, era venuto in mente di passeggiare, prima di noi. Un luogo che ti accoglie con la sacralità di un tempio, ma dove i fedeli sono solo neri e ti guardano quasi straniti che tu, bianco, abbia trovato il tempo e la voglia di andare lì, tra una visita alla Cnn e un giro al museo della Coca Cola. Simboli della Georgia, terra di “Via col vento”, Ray Charles e R.e.m. Più giù, oltre una cortina di caldo umido, c’è la Florida, dove gli americani vanno per sentirsi ai tropici, svernare o morire.

Qui una sera di aprile di qualche anno fa, sotto il diluvio universale, in un posto sperduto verso il Golfo del Messico abbiamo trovato riparo in una steakhouse nascosta nella  foresta, dove gli ultimi turisti, per giunta europei, erano entrati ai tempi della Grande Depressione. Cappelli da cowboy, stemmi delle confraternite, un altarino dedicato a qualche rampollo scomparso servendo in Afghanistan o Iraq, ma soprattutto nessun nero, perché era chiaro fin da subito che quello non era un posto “da neri”. Forse perché ci si poteva aspettare che in un momento qualunque uno dei presenti tirasse fuori un cappuccio del KKK e se lo infilasse tra una portata e l’altra. Nonostante le premesse la serata finì a taralli e vino, con noi italiani (“diversi” per un giorno) addobbati a festa e quasi costretti ad esibirci in un improbabile repertorio di brani italoamericani.

Altro viaggio, altro Stato, altro mondo. Detroit, una città che è una contraddizione di per sé: i bianchi hanno abbandonato il centro negli anni ’60 in favore di sobborghi come Grosse Pointe, Royal Oak, Birmingham, Bloomfield Hills, mondi chiusi in una perfezione da Mulino Bianco che confinano porta a porta con i ghetti e le immense aree abbandonate. Anche qui ognuno ha la sua città, anche quando si tratta di mangiare hamburger: i bianchi vanno da Millers a Dearborn, i neri da Five Guys a Greek Town. Poi si ritrovano all’Henry Ford Museum, che è una specie di meravigliosa wunderkammer di tutto ciò che l’America ha prodotto. Tra vagoni di treno, stazioni di servizio storiche e diner anni ’50 ricostruiti alla perfezione c’è un modesto vecchio autobus su cui anche Barack Obama ha voluto essere fotografato. Su quel bus, nel 1955 in Alabama, Rosa Parks, una sarta di colore, rifiutò di cedere il proprio posto a un bianco, venne arrestata e diventò la madre dei diritti civili. Su questo bus a noi tremavano le gambe, mentre una coppia di anziani wasp con nipotino, capita l’antifona, scendeva tra il disinteressato e l’infastidito.

Ironia della sorte, in quei giorni tutto il paese o quasi parlava di un ragazzino nero, Trayvon Martin, colpito a morte da un una ronda notturna perché si aggirava per un quartiere protetto “con aria sospetta”.

(Anche) questa è l’America, bellezza.

Paolo

0

 "Mi piace" / 0 Commenti
Condividi questo articolo:

Commenta

Archivio

> <
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec